I modelli di Vico

Vico Magistretti e Paolo Imperatori. Foto: Ramak Fazel

Vico Magistretti e Paolo Imperatori. Foto: Ramak Fazel

 
 

Durante la mia esperienza di lavoro con Vico Magistretti [...] l’utilizzo del “modello di studio” ha avuto una grande importanza per molti progetti sia di architettura sia di industrial design.
In uno dei miei primi giorni di collaborazione, Magistretti mi chiese, con tono benevolo (come era sua consuetudine), se avessi delle capacità manuali per realizzare dei modelli. I modelli a cui si riferiva erano quelli “di studio”, che avevo già potuto ammirare, disposti in modo apparentemente casuale, su tavoli, ripiani o dentro gli armadi, e realizzati quasi esclusivamente dal geometra Franco Montella in quello stesso studio.
Vico Magistretti non si riteneva personalmente capace di realizzare alcun modellino e, con estrema modestia, non credeva di avere una “bella mano” nell’esecuzione dei suoi celebri “schizzi”. “Io non so disegnare, però credo che questi schizzi abbiano una loro anima”: più volte ho sentito ripetere queste sue parole in studio, durante interviste e presentazioni di progetti.
Fin da subito capii che per Vico il “modellino di studio” non aveva un valore estetico fine a se stesso e che il suo utilizzo era assolutamente strumentale al desiderio di comunicare un concetto all’interno del discorso più complesso dell’iter progettuale. In realtà la valenza estetica che talvolta questi manufatti possono avere è da considerarsi una sorta di “effetto non voluto”.
Il modo di lavorare di Magistretti era rigoroso ma non legato a schemi fissi, motivo per cui egli non riteneva sempre indispensabile dedicare del tempo prezioso al “modellismo”. [...] Spesso i modellini erano fatti con semplici fogli di cartoncino ritagliato, oppure con balsa e polistirolo. La maggior parte di essi non veniva neanche conservata, soprattutto nei casi in cui il modello non doveva essere presentato al cliente o all’azienda.
Il “concetto” progettuale così caro a Magistretti era molto ben formalizzato nella sua testa ma richiedeva di essere sedimentato e verificato concretamente. Tranne che in rarissimi casi, lo schizzo non era mai unico e non veniva creato in un attimo fuggente, bensì era frutto di un processo progettuale, più o meno lungo, che, talvolta prevedeva il contributo concreto anche del modello.
[..] Lo schizzo e quindi il modello di studio (che, come detto, non era però sempre presente) accompagnavano infatti il progetto nelle sue fasi ed erano strettamente interdipendenti.
La mancanza di disegni esecutivi da parte dello studio rafforzava l’importanza della fase di prototipizzazione dove assumeva un ruolo fondamentale il “dialogo” a due o più interlocutori all’interno del processo progettuale, che aveva come regista Magistretti. “Parlare molto” era difatti importante per lui, non solo al telefono, anche se “mai troppo” e sempre sfruttando i propri mezzi espressivi. Non si è arrivati mai, per una scelta voluta, all’utilizzo di software di modellazione o addirittura a stampanti 3D, in quanto questi mezzi avrebbero fornito materiali con troppe informazioni, pochi dubbi e un’immagine solo apparentemente realistica.
Le persone che hanno avuto la fortuna di conoscere Vico Magistretti ricorderanno che i suoi discorsi sempre brillanti erano accompagnati da una vivace gestualità e da una particolare mimica del viso. È come se egli avesse voluto “far parlare” anche i propri “spegasci” (così chiamava alcuni suoi schizzi) e a volte i modellini di studio.
Considerando il modello come strumento di rappresentazione ho notato che alcuni di essi riassumono in modo più accentuato una “gestualità” (certamente presente anche negli schizzi) che dipendeva da un concetto progettuale legato a un materiale specifico. Talvolta un cartoncino flessibile o un foglio di carta, piegati o ritagliati, simulavano, in scala ridotta, il comportamento di altri materiali come la plastica, il legno o il vetro curvato per fusione. In questi casi i modellini esprimevano una volontà di modificare la materia che andava oltre una rappresentazione mimetica, come se si fosse voluto materializzare un “concetto”: un procedimento analogo a quello che si creava quando Magistretti comunicava il progetto, non solo con le parole, ma anche con la gestualità.
A Vico Magistretti piaceva descrivere pubblicamente i propri progetti e il suo understatement li faceva apparire estremamente semplici, ma soprattutto comprensibili anche alle persone che non si occupavano di architettura o di design, seppur spesso essi fossero sofisticati dal punto di vista tecnologico. Il modellino di studio, spesso mono-materico, mai troppo raffinato era il contrario di un “lavoro da Certosino” e in molti casi ben rappresentava il suo modo di vedere il progetto.

 

Testo: Paolo Imperatori per Fondazione Vico Magistretti, "Parlare con le mani" (2012).

Fonte: Abitare . Foto: Ramak Fazel